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(testo di
Giuseppe M. Licitra – foto: Alfio Garozzo)
Il rilievo montuoso degli Iblei occupa tutto l'angolo
sud-orientale della Sicilia. Esso si presenta come un
vasto altipiano culminante nei 986 m del Monte Lauro,
digradante verso la periferia con una serie di faglie a
"gradinata" e delimitato all'esterno da un'alta
"falesia" fossile (antica linea di scogliera) ai piedi
della quale si estende una modesta pianura costiera. Il
sistema idrico superficiale, caratterizzato da profonde
incisioni vallive a pareti quasi verticali localmente
dette "cave" hanno costituito fino a tempi recenti le
uniche vie di penetrazione nella regione, determinandone
il relativo isolamento ed una singolare omogeneità nel
linguaggio, nella cultura, nelle tradizioni, che ne
hanno fatto una vera e propria isola nell'isola.
Anche il terremoto del 1693, che fu scatenato proprio
dalla particolare tettonica iblea e distrusse tutti i
centri urbani di quest'angolo di Sicilia, ha largamente
contribuito al consolidamento di una singolare
omogeneità architettonica, poichè tra la fine del
Seicento e la metà del Settecento tutti i centri vennero
ricostruiti in quell'elegante e originale barocco che
trova a Noto la sua massima espressione.
Una visita alle bellezze naturali e artistiche dell'area
iblea può impegnare anche parecchi giorni, ma un
itinerario in bicicletta non impegnativo (quasi tutto il
percorso si sviluppa sull'asfalto, con prevalenza di
discese sulle salite), permette di visitare due tra le
città più significative di tutto il comprensorio:
Palazzolo Acreide e Noto, dove rispettivamente inizia e
termina il nostro itinerario.
Palazzolo, situata nel cuore degli Iblei, è la
discendente diretta dell'antica Akrai, fondata dai
siracusani nel 664 a.C. per contrastare la sicula
Pantalica e controllare la strada verso occidente. La
città fu distrutta una prima volta dagli Arabi, che la
ricostruirono come Balansùl; ed ancora dal terribile
terremoto che sconvolse tutta l'area sud-orientale
dell'isola nel 1693. Il centro storico si presenta oggi
nell'elegante e originale barocco ibleo, ma non mancano
importantissime vestigia dell'antichità, come l'Acropoli
con il Teatro Greco e il Bouleuterion (luogo di riunione
del Senato), e le Latomie Intagliata e Intagliatella,
con tombe di epoca cristiana e bizantina.
Dopo una visita al centro storico ed alla Casa-museo
dell'etnologo Antonino Uccello, iniziamo la nostra
pedalata dal cancello dell'Acropoli, e attraversiamo il
paese per raggiungere la SS. 287, principale direttrice
del nostro itinerario. Si procede per alcuni chilometri
su un riposante penepiano che degrada dolcemente verso
est. Sulla destra, completamente incassato nel suo letto
di roccia e reso evidente solo dalla rigogliosa
vegetazione che ne segna il corso, scorre il rio
Manghisi, che incrocerà la strada sotto un vecchio ponte
a circa 15 chilometri da Palazzolo.
Qui si lascia l'asfalto per la prima volta, e ci si
inoltra per circa due chilometri lungo uno sterrato che
fiancheggia il corso d'acqua sul fondo della "cava",
fino a "morire" tra la vegetazione folta e
impraticabile, come una giungla primordiale.
Riguadagnato l'asfalto, si prosegue ancora per cinque
chilometri fino ad un bivio sulla sinistra, dove un
arrugginito segnale turistico invita a una lunga
disgressione (12 km per tratta) sulla provinciale in
direzione di Cava Grande.
Da qui al Belvedere di Cava Grande (ancora due bivi,
sempre sulla sinistra, chiaramente segnalati), solo la
curiosità e le energie determineranno il numero di
digressioni lungo le numerose trazzere che si dipartono
dalla provinciale; alcune di esse, sulla sinistra,
consentono magnifici scorci sul canyon del Manghisi,
sempre più profondo e incassato, e dei suoi affluenti di
destra.
Al piazzale del Belvedere ci fermiamo per ammirare il
superbo panorama. Il letto del Manghisi (che qui ha
preso il nome di "Cava Grande") si snoda sotto i nostri
occhi quasi duecento metri più in basso, sul fondo di
uno spettacolare canyon segnato da innumerevoli laghetti
e cascatelle, con ricca fauna acquatica. La "Cava" è
riserva naturale orientata, affidata alla custodia della
Guardia Forestale.
L'eventuale visita alla "Cava", rigorosamente a piedi
(si possono lasciare le bici al posto di ristoro del
piazzale), impegna il resto della giornata, per cui al
rientro conviene raggiungere Avola (12 km in discesa)
con possibilità di pernottamento. Se invece ci si è
accontentati di ammirare il panorama dall'alto (magari
con l'ausilio di un buon binocolo), si torna indietro
fino alla SS. 287, che si segue ancora per quattro
chilometri. Il nuovo bivio è subito dopo la frazione di
Villa Vela, questa volta sulla destra.
Una tabella indica il santuario della Madonna della
Scala, e solo dopo aver imboccato la deviazione si nota
di sfuggita l'indicazione per Noto Antica, seminascosta
tra le fronde degli ulivi. Dopo una breve sosta al
santuario per ammirare l'immagine della Madonna, che si
ritiene di epoca bizantina e secondo una leggenda fu
rinvenuta su una roccia poco distante, si prosegue
ancora per quattro chilometri fino alle rovine di Noto
Antica, sulla collina d'Alveria.
La Porta Reale, alle spalle della quale la torre della
fortezza incute ancora un senso di rispettoso timore, dà
accesso all'antica città che diede il nome al Val di
Noto, una delle tre circoscrizioni amministrative in cui
gli Arabi avevano suddivisa la Sicilia. Oggi rimangono
pochi ruderi avviluppati dai rovi e dall'edera, a
segnare quella che fu una delle più munite e importanti
piazzeforti dell'isola. Dall'eremo della Madonna della
Provvidenza, alto sullo sperone di roccia che domina il
torrente Asinaro, si vede la valle in tutta la sua
selvaggia bellezza, fino al mare.
Lasciate le biciclette al custode dell'eremo, si può
raggiungere il greto del torrente scendendo lungo un
incerto sentiero; qui sono ancora visibili i resti di
antichi mulini e concerie, e vagando senza meta tra
queste pietre millenarie avviluppate dalla vegetazione,
sembra quasi di ritrovarsi in una giungla guatemalteca.
Il terremoto dell'11 gennaio 1693 distrusse in pochi
attimi ciò che gli uomini avevano impiegato millenni a
costruire, e solo i ruderi della fortezza, e uno
spezzone di muro del convento dei Gesuiti, ricordano
ancora il sito di Neetum, abitata sin dalla preistoria.
Recuperate le biciclette, si imbocca lo sterrato bianco,
in ottimo stato, che inizia a scendere dall'edicola
della Madonna. Dopo circa un chilometro la discesa
diventa ripidissima, e ci si trova a saltellare per
qualche centinaio di metri su un durissimo pavè,
sostituito ben presto da una gettata uniforme di cemento
fino a fondo valle, dove si torna sull'asfalto subito
dopo un piccolo guado.
Il resto dell'itinerario non ha storia, si procede tra
vigne e agrumeti, fino all'anonima periferia della Noto
moderna.
Dalla deviazione di Villa Vela, sono in tutto 23
chilometri. La città, ricostruita a valle a partire dal
1695, ha subito le ingiurie del tempo e dell'incuria, e
i danni del sisma del 1990, ma nonostante queste pecche,
evidenziate da staccionate e impalcature che avviluppano
chiese e palazzi, la città esercita ugualmente un
fascino sottile sul visitatore, che rimane incantato dai
fantastici merletti che mille scalpellini senza volto e
senza nome hanno inciso per sempre nelle sue pietre
color del miele.
E così, pur stanchi della lunga pedalata, non potremo
fare a meno di girovagare al tramonto per le strade
lastricate di questa città che ha fermato il sole nelle
chiese e nei palazzi, sostando ad ammirare la
scenografica piazza del Municipio, dove l'originale
Palazzo Senatorio, dedicato al re siculo Ducezio,
fronteggia la scenografica chiesa madre, allegoria del
potere temporale che si oppone a quello spirituale,
oppure le incredibili mensole che sorreggono i balconi
di palazzo Nicolaci di Villadorata.
E solo al termine di questo vagabondaggio pieno di
sorprese ci abbandoniamo esausti ad un tavolo del Caffè
Sicilia, sul corso, per gustare un ineffabile "gelo" di
limone.
QUALCHE SUGGERIMENTO
Il periodo migliore per quest'escursione è la primavera
o l'autunno inoltrato, lontano dai feroci ardori estivi
che possono spesso superare i 40° C. È sufficiente un
abbigliamento leggero integrato da un pullover e da un
K-way nell'eventualità di qualche acquazzone; scarpe
leggere (a meno che non si voglia scendere a Cava
Grande) e casco. Se si fa coincidere l'escursione con la
terza domenica di Maggio, si può assistere a Noto alla
tradizionale "infiorata".
Palazzolo è collegata con Siracusa da corse giornaliere
dell'AST, che serve anche Noto e Avola; queste ultime
sono servite inoltre da diversi convogli locali delle
FS, in coincidenza con i treni a lunga percorrenza, in
arrivo e partenza da Siracusa per le più importanti
destinazioni della Penisola.
Possibilità di alloggio, modesto ma decoroso: a
Palazzolo, hotel Anapo (tel. 882286) e camping "La
Torre" (tel. 882789) da Maggio a Ottobre); a Noto, hotel
Stella (tel. 835695); ad Avola, hotel L'Ancora (tel.
822875) e Mignon (tel. 821788), e camping "Sabbiadoro"
(tel. 822415 – Magg/Ott). Il prefisso teleselettivo, per
tutta l'area, è lo 0931.
C'è solo l'imbarazzo della scelta, per mangiare, nelle
varie trattorie a conduzione familiare di Palazzolo e
Noto.
Chi ha voglia di qualcosa di più ricercato, può provare
"La Trota" (tel. 875694) sulle sponde del Manghisi a
circa 5 km da Palazzolo, lungo la SS. 287, dove
all'interno di una grotta naturale, vengono servite
freschissime trote di allevamento locale cucinate in
mille modi.

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