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INDICE

Sikania. La festa di San Paolo a Palazzolo Acreide

Articolo:
Luci, colori, botti e devozione popolare

LA FESTA DI SAN PAOLO
A PALAZZOLO ACREIDE

Rivista
SIKANIA

N°06 Giugno 1999 - Pagg. 50-61


(testo e foto: Vincenzo Anselmo)

I motivi che possono spingerci a visitare Palazzolo Acreide, elegante cittadina che sorge su un rilievo del versante meridionale della Valle dell'Anapo, nell'entroterra siracusano, sono diversi: un interessante sito archeologico posto a poca distanza dall'attuale centro abitato; un delizioso tessuto urbano punteggiato, da diversi monumenti barocchi; un vasto patrimonio artistico custodito nei vari monumenti alla cristianità e opera, spesso, dei maggiori artisti di ogni periodo; un pregevole museo dove sono sistemati migliaia di oggetti relativi alla vita, al lavoro e alla cultura contadina di fine Ottocento, raccolti dall'antropologo A. Uccello.
A questi validi motivi, sul principio dell'estate se ne aggiunge un altro di interesse religioso – culturale. Dal 27 al 29 giugno, infatti, i palazzolesi festeggiano, in modo sontuoso e spettacolare, San Paolo, loro santo patrono.
Il culto di San Paolo a Palazzolo Acreide è molto antico, anteriore, probabilmente di diversi secoli, alla stessa elezione del santo a patrono avvenuta nel 1688, al posto della Madonna di Odigitria. I motivi di questo “cambio” di patrono sono da ricercarsi nella presenza nella cittadina di una numerosa confraternita titolata a San Paolo, nonché nella necessità del popolo, vista l'incertezza della vita di ogni giorno e la totale dipendenza dalle risorse della terra, sempre incerte, di porsi sotto la tutela del santo che più di ogni altro poteva soddisfare i loro bisogni. E questi non poteva che essere, per vari motivi, San Paolo.
Le sue due ricorrenze festive ricadono in due periodi dell'anno molto importanti per l'agricoltore: il 25 gennaio – giorno della conversione del santo al cristianesimo – quando il grano nei campi non è altro che un piccolo germoglio e l'inverno ancora lungo lo minaccia coi suoi rigori – e quindi è il momento di propiziare condizioni atmosferiche non avverse per un buon raccolto; il 29 giugno – giorno del suo martirio – quando sono in corso le operazioni di mietitura e quindi si ringrazia il santo per il raccolto effettuato e se ne chiedono di nuovi, per il futuro, sempre più abbondanti.
Ma l'inizio dell'estate è anche il periodo di maggiore pericolo per il popolo dedito alle operazioni di mietitura, pericolo legato ai morsi degli insetti e dei serpenti velenosi, sempre in agguato nelle assolate campagne palazzolesi.
Ecco, quindi, ancora un motivo per cui San Paolo era il santo a cui affidarsi, in quanto da sempre considerato guaritore dal morso dei serpenti, credenza questa legata all'episodio raccontato negli Atti degli Apostoli secondo cui il santo, mentre si trovava a Malta, fu morso da una vipera senza subire alcuna conseguenza.
L'elezione di San Paolo a patrono della cittadina non avvenne senza provocare malumori in una parte dei palazzolesi. Essa infatti scatenò una profonda rivalità tra i Sampaulisi e i Sammastianisi, rispettivamente devoti a San Paolo e alla Madonna dell'Odigitria, rivalità che si protrasse per più secoli e che si accentuò verso la metà del XIX secolo quando la chiesa di San Sebastiano, dove si venerava la Madonna di Odigitria, e attorno a cui si raccoglieva la popolazione dell'omonimo quartiere, venne elevata a parrocchia. Ancora oggi, anche se solo timidamente una certa rivalità, tra le due opposte fazioni, riemerge in occasione dei festeggiamenti di San Sebastiano e San Paolo.
Nel corso dei secoli, ma soprattutto di quest'ultimo, caratterizzato da un forte processo di “modernizzazione” e di trasformazioni sociali e culturali, la festa ha subito alcune modifiche anche se, per quanto riguarda i tratti essenziali, è rimasta uguale al passato.
È scomparso ormai dagli inizi del secolo scorso il triste atto penitenziale della lingua a trasciniùni, comune a molte feste dell'Italia meridionale, consistente nello strisciare la lingua a terra dall'ingresso del luogo sacro sin sotto l'altare maggiore, mentre a partire dal 1949 è stato proibito l'uso di portare dentro la chiesa muli, cavalli, pecore, capre, mucche e vitelli, animali che, con un nastro rosso attorno al collo e una immaginetta di San Paolo sulla fronte, venivano portati in giro per le vie della cittadina e poi fin dentro la chiesa dove venivano fatti inginocchiare a forza di spintoni ed altro, davanti alla statua di San Paolo per essere benedetti.
Scomparsi sono pure i ciarauli, uomini a cui il popolo attribuiva dei poteri soprannaturali, in quanto ritenuti capaci di proteggere dai morsi dei rettili e, proprio per questa virtù, considerati discendenti diretti di San Paolo che fu, a detta del popolo, u primu ciaraulu. Questi uomini partecipavano ai festeggiamenti con delle bisce in mano, sulle spalle o attorcigliate al collo. Il Pitrè, nella sua opera sulle Feste Patronali in Sicilia, racconta che «donne d'ogni età, ragazze e spose, le quali fuggirebbero solo a scorgerne uno in campagna, se li lasciano senz'altro appressare, deporre placidamente nel grembiule e li guardano impassibili e certune anche li palpano, tanto può non so se la virtù della devozione, o la forza dell'esempio degli altri, o la suggestione di tutto ciò che circonda!». Non presenti più questi uomini, rimangono ben vive, tra il popolo, certe credenze secondo cui per proteggersi dai morsi bisogna invocare San Paolo.
Oggi i festeggiamenti si aprono il 27 giugno con a sirata a villa per proseguire nel tardo pomeriggio del giorno dopo con il giro della banda musicale per le vie della cittadina. Più tardi, nella chiesa di San Paolo, si prosegue con a sciuta ra cammira, una cerimonia, nel corso della quale, la statua lignea di San Paolo, opera dello scultore ragusano Vincenzo Lorefice, rimasta coperta da un manto fin dal mese di gennaio, tra un immenso scampanio, il fragore provocato dallo sparo di numerose bombe e i continui Viva San Paulu... Viva San Paulu... e cchi ssiemu tutti muti... viva lu gran patronu, urlato dalle centinaia e centinaia di devoti che si accalcano nella chiesa, appare al popolo.
Durante questa cerimonia il frastuono provocato dalle urla, dai botti e dalle campane è notevole; impedisce di sentire ogni cosa ma non, a tanti devoti, di pregare e instaurare una sorte di discorso diretto, anche a voce alta, con il santo per chiedere delle grazie.
Questi sono attimi emozionanti, intensi, ma è il giorno dopo che si raggiungono i momenti più spettacolari e suggestivi di tutti i festeggiamenti.
Si inizia intorno alle 9.00 con il giro, per le vie della cittadina, della banda musicale e du carruozzu rò pani: un particolare carro spinto a mano su cui vengono raccolti i numerosi cudduri – grandi pani a forma di ciambelle con sopra raffigurati dei serpenti – offerti dai devoti e venduti, una volta portati in chiesa e benedetti, ai migliori offerenti.
Nel corso della mattinata è un continuo pellegrinaggio di fedeli che si recano in chiesa per partecipare alle varie funzioni religiose. Tra questi numerosi devoti che hanno fatto il voto della spadda nura, cioè di portare la pesante “vara” con il santo sulla spalla nuda e che, per evitare di rimanere esclusi dal trasporto del simulacro, visto che sono tantissimi, si prenotano il posto legando un fazzoletto sulle “baiarde” della “vara”.
Sempre nel corso della mattinata nella raccolta piazzetta antistante la chiesa si raccolgono centinaia e centinaia di fedeli e turisti che attendono il momento più spettacolare della festa: a sciùta, l'uscita, alle 13 in punto, della reliquia e del simulacro di San Paolo dalla chiesa.
Alla fine della messa, infatti, la statua di San Paolo viene prelevata dall'altare maggiore, sistemata sulla “vara” e portata fuori insieme alle sue reliquie, tra il suono interminabile delle campane, le marce intonate dalle bande, le urla dei portatori e dei devoti, lo sparo delle bombe e il lancio di migliaia e migliaia di volantini, con la scritta “viva San Paolo”, e di nzareddi, lunghe strisce di carta colorata.
In questi attimi l'imponente e scenografica facciata barocca della chiesa, già dalla mattinata interamente ricoperta, tra cornicioni e balaustre, da centinaia e centinaia di cannoncini per lo sparo di nzareddi, sembra “svanire” nel nulla, “risucchiata” dalle continue esplosioni, dalle lingue di fuoco, da un'immensa nuvola di fumo, dalle migliaia e migliaia di nzareddi che lanciati in aria, attorcigliandosi su se stessi, a mò di serpenti, cadono sulle vare, sui portatori, su numerosi fedeli.
Dopo un lungo fuoco d'artificio, la reliquia e la statua di San Paolo, preceduti da diverse bandiere rosse e blu e seguite da numerose donne a piedi scalzi, che hanno fatto il voto du viagghiu scausu, vengono condotte, facendosi largo tra la folla, lungo alcune vie della parte più antica della cittadina.
La processione si caratterizza per le numerose offerte in denaro, effettuate dai devoti e appese su appositi nastri, nonché per la presenza di numerosi bambini che, completamente nudi, vengono affidati dai genitori a dei giovani che si trovano sulla “vara” e da questi alzati verso il cielo e verso San Paolo mentre, insieme a tutti coloro che si trovano attorno, urlano Viva San Paulu... e cchi ssiemu tutti muti... viva San Paulu patronu, atto attraverso cui i bambini vengono consacrati a San Paolo.
La processione procede in questo modo sino a raggiungere la Chiesa Madre dove reliquia e statua vengono lasciate sino a sera quando, con una nuova processione, vengono condotti lungo le vie principali dell'intera cittadina per poi essere riaccompagnati, in tarda serata, nella chiesa di San Paolo dove, dopo un lungo e spettacolare fuoco d'artificio, si pone fine ai festeggiamenti.

 


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Il riconoscimento da parte dell'Unesco e la conseguente inclusione tra le "Città Barocche del Val di Noto": Caltagirone, Militello Val di Catania, Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa Ibla, Scicli.
 

 
Una zona archeologica tra le più antiche nel panorama italiano, il cui tessuto urbano si è mantenuto discretamente integro e in cui si possono osservare le varie stratificazioni storiche: le necropoli sicule risalenti al XII sec. a. C., le rovine della polis greca e le successive ricostruzioni ad opera di romani e bizantini.
 

 
Un museo etnoantropologico, la "Casa-museo" fondata da Antonino Uccello, tra i più antichi d'Italia e conosciuto in tutto il mondo.
 

 
Le sculture rupestri denominate "Santoni", il più completo e vasto complesso figurativo relativo al culto della Magna Mater.
 

 
I resti del castello normanno e la circostante struttura urbanistica medioevale.
 

 
Un centro storico di grande valore architettonico, fortemente caratterizzato da un'architettura Barocca, frutto della ricostruzione post-terremoto del 1693 e, successivamente,  dalla stagione del Liberty.
 

 
Le manifestazioni religiose come la festa di S. Paolo e di S. Sebastiano, conosciute in tutta la Sicilia.
 

 
Il Festival internazionale del Teatro Classico dei Giovani, che richiama ogni anno studenti provenienti da ogni parte d'Europa.
 

 
Altre manifestazioni come le varie mostre proposte alla Casa-museo, la Mostra mico-naturalistica akrense, la Rassegna agroalimentare dei prodotti e piatti tipici palazzolesi, la mostra natalizia "I presepi, arte e tradizione".
 

 
Un carnevale tra i più antichi di Sicilia, con sfilate di carri allegorici, gruppi in maschera, sagra della salsiccia, veglioni.
 

 
Un paesaggio estremamente vario, in cui dominano le cave iblee, con la Riserva Naturale Orientata di Cava Grande e la Riserva Naturale Valle dell'Anapo-Pantalica.
 

 
La presenza, nel raggio di pochi chilometri, di importanti siti archeologici e storici come Noto Antica, Kasmenai, Avola Antica, Castelluccio, Pantalica, le varie chiesette rupestri bizantine con affreschi sparse nel territorio, ecc.
 

 
Un mulino ad acqua funzionante con annesso Museo della macina, presente nel territorio comunale, gestito dall'Associazione per la conservazione della cultura popolare degli Iblei.
 

 

 

 

     
 

 
     
 

 
     
 

 
     
 

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