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(testo e foto: Vincenzo Anselmo)
I motivi che possono spingerci a visitare Palazzolo
Acreide, elegante cittadina che sorge su un rilievo del
versante meridionale della Valle dell'Anapo,
nell'entroterra siracusano, sono diversi: un
interessante sito archeologico posto a poca distanza
dall'attuale centro abitato; un delizioso tessuto urbano
punteggiato, da diversi monumenti barocchi; un vasto
patrimonio artistico custodito nei vari monumenti alla
cristianità e opera, spesso, dei maggiori artisti di
ogni periodo; un pregevole museo dove sono sistemati
migliaia di oggetti relativi alla vita, al lavoro e alla
cultura contadina di fine Ottocento, raccolti
dall'antropologo A. Uccello.
A questi validi motivi, sul principio dell'estate se ne
aggiunge un altro di interesse religioso – culturale.
Dal 27 al 29 giugno, infatti, i palazzolesi festeggiano,
in modo sontuoso e spettacolare, San Paolo, loro santo
patrono.
Il culto di San Paolo a Palazzolo Acreide è molto
antico, anteriore, probabilmente di diversi secoli, alla
stessa elezione del santo a patrono avvenuta nel 1688,
al posto della Madonna di Odigitria. I motivi di questo
“cambio” di patrono sono da ricercarsi nella presenza
nella cittadina di una numerosa confraternita titolata a
San Paolo, nonché nella necessità del popolo, vista
l'incertezza della vita di ogni giorno e la totale
dipendenza dalle risorse della terra, sempre incerte, di
porsi sotto la tutela del santo che più di ogni altro
poteva soddisfare i loro bisogni. E questi non poteva
che essere, per vari motivi, San Paolo.
Le sue due ricorrenze festive ricadono in due periodi
dell'anno molto importanti per l'agricoltore: il 25
gennaio – giorno della conversione del santo al
cristianesimo – quando il grano nei campi non è altro
che un piccolo germoglio e l'inverno ancora lungo lo
minaccia coi suoi rigori – e quindi è il momento di
propiziare condizioni atmosferiche non avverse per un
buon raccolto; il 29 giugno – giorno del suo martirio –
quando sono in corso le operazioni di mietitura e quindi
si ringrazia il santo per il raccolto effettuato e se ne
chiedono di nuovi, per il futuro, sempre più abbondanti.
Ma l'inizio dell'estate è anche il periodo di maggiore
pericolo per il popolo dedito alle operazioni di
mietitura, pericolo legato ai morsi degli insetti e dei
serpenti velenosi, sempre in agguato nelle assolate
campagne palazzolesi.
Ecco, quindi, ancora un motivo per cui San Paolo era il
santo a cui affidarsi, in quanto da sempre considerato
guaritore dal morso dei serpenti, credenza questa legata
all'episodio raccontato negli Atti degli Apostoli
secondo cui il santo, mentre si trovava a Malta, fu
morso da una vipera senza subire alcuna conseguenza.
L'elezione di San Paolo a patrono della cittadina non
avvenne senza provocare malumori in una parte dei
palazzolesi. Essa infatti scatenò una profonda rivalità
tra i Sampaulisi e i Sammastianisi, rispettivamente
devoti a San Paolo e alla Madonna dell'Odigitria,
rivalità che si protrasse per più secoli e che si
accentuò verso la metà del XIX secolo quando la chiesa
di San Sebastiano, dove si venerava la Madonna di
Odigitria, e attorno a cui si raccoglieva la popolazione
dell'omonimo quartiere, venne elevata a parrocchia.
Ancora oggi, anche se solo timidamente una certa
rivalità, tra le due opposte fazioni, riemerge in
occasione dei festeggiamenti di San Sebastiano e San
Paolo.
Nel corso dei secoli, ma soprattutto di quest'ultimo,
caratterizzato da un forte processo di “modernizzazione”
e di trasformazioni sociali e culturali, la festa ha
subito alcune modifiche anche se, per quanto riguarda i
tratti essenziali, è rimasta uguale al passato.
È scomparso ormai dagli inizi del secolo scorso il
triste atto penitenziale della lingua a trasciniùni,
comune a molte feste dell'Italia meridionale,
consistente nello strisciare la lingua a terra
dall'ingresso del luogo sacro sin sotto l'altare
maggiore, mentre a partire dal 1949 è stato proibito
l'uso di portare dentro la chiesa muli, cavalli, pecore,
capre, mucche e vitelli, animali che, con un nastro
rosso attorno al collo e una immaginetta di San Paolo
sulla fronte, venivano portati in giro per le vie della
cittadina e poi fin dentro la chiesa dove venivano fatti
inginocchiare a forza di spintoni ed altro, davanti alla
statua di San Paolo per essere benedetti.
Scomparsi sono pure i ciarauli, uomini a cui il popolo
attribuiva dei poteri soprannaturali, in quanto ritenuti
capaci di proteggere dai morsi dei rettili e, proprio
per questa virtù, considerati discendenti diretti di San
Paolo che fu, a detta del popolo, u primu ciaraulu.
Questi uomini partecipavano ai festeggiamenti con delle
bisce in mano, sulle spalle o attorcigliate al collo. Il
Pitrè, nella sua opera sulle Feste Patronali in Sicilia,
racconta che «donne d'ogni età, ragazze e spose, le
quali fuggirebbero solo a scorgerne uno in campagna, se
li lasciano senz'altro appressare, deporre placidamente
nel grembiule e li guardano impassibili e certune anche
li palpano, tanto può non so se la virtù della
devozione, o la forza dell'esempio degli altri, o la
suggestione di tutto ciò che circonda!». Non presenti
più questi uomini, rimangono ben vive, tra il popolo,
certe credenze secondo cui per proteggersi dai morsi
bisogna invocare San Paolo.
Oggi i festeggiamenti si aprono il 27 giugno con a
sirata a villa per proseguire nel tardo pomeriggio del
giorno dopo con il giro della banda musicale per le vie
della cittadina. Più tardi, nella chiesa di San Paolo,
si prosegue con a sciuta ra cammira, una cerimonia, nel
corso della quale, la statua lignea di San Paolo, opera
dello scultore ragusano Vincenzo Lorefice, rimasta
coperta da un manto fin dal mese di gennaio, tra un
immenso scampanio, il fragore provocato dallo sparo di
numerose bombe e i continui Viva San Paulu... Viva San
Paulu... e cchi ssiemu tutti muti... viva lu gran
patronu, urlato dalle centinaia e centinaia di devoti
che si accalcano nella chiesa, appare al popolo.
Durante questa cerimonia il frastuono provocato dalle
urla, dai botti e dalle campane è notevole; impedisce di
sentire ogni cosa ma non, a tanti devoti, di pregare e
instaurare una sorte di discorso diretto, anche a voce
alta, con il santo per chiedere delle grazie.
Questi sono attimi emozionanti, intensi, ma è il giorno
dopo che si raggiungono i momenti più spettacolari e
suggestivi di tutti i festeggiamenti.
Si inizia intorno alle 9.00 con il giro, per le vie
della cittadina, della banda musicale e du carruozzu rò
pani: un particolare carro spinto a mano su cui vengono
raccolti i numerosi cudduri – grandi pani a forma di
ciambelle con sopra raffigurati dei serpenti – offerti
dai devoti e venduti, una volta portati in chiesa e
benedetti, ai migliori offerenti.
Nel corso della mattinata è un continuo pellegrinaggio
di fedeli che si recano in chiesa per partecipare alle
varie funzioni religiose. Tra questi numerosi devoti che
hanno fatto il voto della spadda nura, cioè di portare
la pesante “vara” con il santo sulla spalla nuda e che,
per evitare di rimanere esclusi dal trasporto del
simulacro, visto che sono tantissimi, si prenotano il
posto legando un fazzoletto sulle “baiarde” della
“vara”.
Sempre nel corso della mattinata nella raccolta
piazzetta antistante la chiesa si raccolgono centinaia e
centinaia di fedeli e turisti che attendono il momento
più spettacolare della festa: a sciùta, l'uscita, alle
13 in punto, della reliquia e del simulacro di San Paolo
dalla chiesa.
Alla fine della messa, infatti, la statua di San Paolo
viene prelevata dall'altare maggiore, sistemata sulla
“vara” e portata fuori insieme alle sue reliquie, tra il
suono interminabile delle campane, le marce intonate
dalle bande, le urla dei portatori e dei devoti, lo
sparo delle bombe e il lancio di migliaia e migliaia di
volantini, con la scritta “viva San Paolo”, e di
nzareddi, lunghe strisce di carta colorata.
In questi attimi l'imponente e scenografica facciata
barocca della chiesa, già dalla mattinata interamente
ricoperta, tra cornicioni e balaustre, da centinaia e
centinaia di cannoncini per lo sparo di nzareddi, sembra
“svanire” nel nulla, “risucchiata” dalle continue
esplosioni, dalle lingue di fuoco, da un'immensa nuvola
di fumo, dalle migliaia e migliaia di nzareddi che
lanciati in aria, attorcigliandosi su se stessi, a mò di
serpenti, cadono sulle vare, sui portatori, su numerosi
fedeli.
Dopo un lungo fuoco d'artificio, la reliquia e la statua
di San Paolo, preceduti da diverse bandiere rosse e blu
e seguite da numerose donne a piedi scalzi, che hanno
fatto il voto du viagghiu scausu, vengono condotte,
facendosi largo tra la folla, lungo alcune vie della
parte più antica della cittadina.
La processione si caratterizza per le numerose offerte
in denaro, effettuate dai devoti e appese su appositi
nastri, nonché per la presenza di numerosi bambini che,
completamente nudi, vengono affidati dai genitori a dei
giovani che si trovano sulla “vara” e da questi alzati
verso il cielo e verso San Paolo mentre, insieme a tutti
coloro che si trovano attorno, urlano Viva San Paulu...
e cchi ssiemu tutti muti... viva San Paulu patronu, atto
attraverso cui i bambini vengono consacrati a San Paolo.
La processione procede in questo modo sino a raggiungere
la Chiesa Madre dove reliquia e statua vengono lasciate
sino a sera quando, con una nuova processione, vengono
condotti lungo le vie principali dell'intera cittadina
per poi essere riaccompagnati, in tarda serata, nella
chiesa di San Paolo dove, dopo un lungo e spettacolare
fuoco d'artificio, si pone fine ai festeggiamenti.

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