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(testo di
Maria Cristina Castellucci – foto: Pucci Raeli,
Francesco Alaimo, Ist. Studi Acrensi)
Il teatro di Akrai, in confronto a quelli più noti di
Siracusa e della Grecia, è decisamente piccolo. In
occasione delle ultime rappresentazioni, comunque, vi
erano stipate più di mille persone, e attori celebri ne
hanno calcato la scena. Andrea, il nostro
accompagnatore, ricorda ad esempio Vittorio Gassman e
Arnoldo Foà che, qualche anno addietro, rimase stupito
dall'eccezionale acustica: durante le prove aveva
indossato un piccolo microfono, ma dovette toglierlo
perchè, in realtà, disturbava l'ascolto.
In effetti, si può conversare mantenendo un normale tono
di voce anche se ci si trova, rispettivamente, sulla
scena e in cima alla gradinata; una caratteristica
comune, invero, a tutti i teatri antichi, ma che
tuttavia non manca di colpire, ogni volta, il
visitatore.
La passeggiata archeologica, in genere, inizia proprio
dal perfetto emiciclo teatrale, una fondazione del III
secolo e monumento più rappresentativo dell'antica Akrai,
prima colonia siracusana e come tale principio
dell'espansione di quella città verso l'interno della
Sicilia.
Il sito venne scelto per le sue evidenti qualità
strategiche: dall'alto di questo pianoro, infatti, si
dominano le due contigue valli dell'Anapo e del Tellaro,
sulle pareti calcaree delle quali decine di aperture di
spoglie necropoli testimoniano di popolazioni
preistoriche che, molto prima dei greci, abitarono
queste terre e che, in maniera non sempre indolore,
furono “assorbiti” dai colonizzatori ellenici.
Akrai controllava il transito sulla via selinuntina,
l'arteria che collegava le città della Sicilia orientale
e quelle della Sicilia occidentale. Il suo periodo di
massimo benessere si colloca durante il regno di Ierone
II, nel III secolo a.C., come testimonia il grande
fervore costruttivo del periodo, teatro in testa.
Quest'ultimo, come accennato, è piuttosto piccolo e la
parte della scena venne occupata, in epoca bizantina, da
un mulino con ben undici silos, ancora parzialmente
riconoscibili, per il deposito delle granaglie.
È ancora Andrea a riferirci del paziente lavoro di una
ditta specializzata che, con strati di gommapiuma e
altre misure di protezione, ha realizzato la scena per i
moderni attori sovrapponendola alle antiche pietre.
Poi ci guida alla scoperta del piccolo bouleuterion, il
luogo di riunione degli anziani, addossato al teatro e
delle latomie, l'Intagliata e l'Intagliatella, dalle
quali furono tratte le pietre per la costruzione della
città. Lungo la parete occidentale dell'Intagliatella si
vedono numerosi incavi votivi relativi al culto degli
eroi; è particolarmente interessante il grande rilievo
risalente al II-I secolo a.C. con scene di un sacrificio
e di un banchetto.
In epoca cristiana, le due cave furono utilizzate come
catacombe, e i cunicoli sono ancora chiaramente
leggibili.
Infine ci indica il tracciato della via urbana che
collegava le due porte della città, la siracusana e la
selinuntina, lastricata di grandi blocchi squadrati di
basalto che fanno capolino, intatti, tra le erbacce e il
luogo in cui, sull'altura che si suppone ospitasse
l'acropoli, sono state rinvenute le fondazioni di un
tempio, probabilmente dedicato ad Afrodite.
“Erano tutte di sesso femminile, le divinità di questa
zona” sottolinea, con un pizzico d'arguzia, riferendosi
agli altri templi della città antica, che si pensa
dedicati a Kore-Persefone e Artemide, ma soprattutto al
santuario rupestre dei “santoni”, appena fuori dall'area
urbana in contrada Santicello. Dodici grandi, rozze
sculture, raffigurano qui, in diverse posture, la Magna
Mater Cibele, circondata da personaggi che
caratterizzano l'iconografia del culto, un complesso che
per vastità e complessità non trova in Sicilia altri
riscontri.
L'area archeologica è circondata da una sinuosa strada
panoramica che scende verso l'abitato moderno. Una breve
sosta sul ciglio del dirupo che sovrasta la valle dell'Anapo
consente di abbracciare in uno sguardo lo spettacolare
panorama: sparse masserie, tonde chiome di olivi, i bigi
nastri delle strade e dei bassi muriccioli che
delimitano le proprietà e, nei giorni tersi, anche il
porto grande di Siracusa. Tutt'intorno, i fianchi della
gola scendono accavallando terrazzamenti coltivati giù
fino al letto del fiume, incorniciato da platani,
salici, pioppi e dalla policromia degli oleandri che
spenzolano le foglie lanceolate dalle spaccature della
roccia.
L'amministrazione palazzolese ha in cantiere un progetto
di valorizzazione ambientale relativo all'alta valle
dell'Anapo, la cui integrità, peraltro, è garantita da
rigorosi vincoli. Il fondovalle è percorso in tutta la
sua lunghezza dal tracciato della vecchia ferrovia,
ormai smantellata, che serviva la provincia di Siracusa
e che funge oggi da riferimento agli escursionisti che
s'avventurano numerosi nella gola. Le guardie forestali,
in un casottino all'imbocco della valle, vendono cartine
e mappe e offrono un utile servizio guida. Lungo il
percorso, dove la conformazione del territorio lo
consente, hanno disposto comodi tavoli per il picnic
all'ombra della vegetazione lussureggiante.
L'odierna Palazzolo, di cui si ha notizia a partire dal
XII secolo (ce ne riferisce Idrisi nel suo “Libro di
Ruggero”) si estende su un pianoro leggermente più in
basso rispetto al sito dell'antica Akrai. Gli abitanti
di quest'ultima, sopravvissuti alla sua distruzione nel
IX secolo da parte dei conquistatori arabi, si
aggregarono in questo luogo dando vita al primo nucleo
della futura città – l'attuale quartiere medievale di
Castelvecchio – sviluppatosi nei secoli con la
costruzione del castello – oggi totalmente diruto – e
della chiesa madre. Nel XII secolo il territorio venne
infeudato e una serie di famiglie baronali si susseguì,
nei secoli, nella proprietà. La cittadina visse
un'importante fase di sviluppo a partire dal XIV secolo
con la nascita di nuovi quartieri e l'edificazione di
palazzi, chiese e conventi. Nel 1693, però, questa
crescita fu bruscamente interrotta dal devastante sisma
che colpì, con conseguenze disastrose, l'intera Val di
Noto. Solo l'antico tessuto viario venne mantenuto nella
fase di ricostruzione del XVIII secolo, dalla quale la
città emerse nelle attuali forme barocche.
Proprio a questo periodo risale la Chiesa
dell'Immacolata, la prima che si incontra entrando in
città dalla citata panoramica. Venne costruita
all'indomani del terremoto e si erge in posizione
rialzata rispetto al piano stradale (corso Vittorio
Emanuele) su un bastione realizzato nel XIX secolo. La
facciata è leggermente convessa e si orna di una ricca
decorazione a tralci di frutta a incorniciare il
portale. All'interno, a un'unica navata, si custodisce
la bella statua di Santa Maria delle Grazie – la
cosiddetta Madonna con Bambino – opera cinquecentesca
attribuita a Francesco Laurana. Sulla sinistra del
sagrato, ombreggiato dai rami degli alberi di un piccolo
giardino, si apre l'ingresso al convento dei frati
minori, il primo ordine mendicante che si stabilì a
Palazzolo. La struttura, gestita dal Comune, in attesa
di essere destinata, forse, ad albergo di lusso, ospita
periodicamente mostre e convegni.
Il corso, del quale dalla chiesa si vede un ampio
tratto, è fiancheggiato per tutta la sua lunghezza, fino
a Piazza del Popolo, da palazzi sette-ottocenteschi
successivi alla ricostruzione, inframmezzati da qualche
esempio di Liberty. Tra gli edifici più interessanti si
distinguono per armonia il Palazzo Pizzo, con belle
mensole figurate, e Palazzo Judica, costruito per volere
del barone Gabriele Judica, straordinario intellettuale
che si ridusse sul lastrico per condurre gli scavi
nell'area archeologica di Akrai.
Su Piazza del Popolo prospettano le facciate del
Municipio e della Chiesa di San Sebastiano. Il palazzo
comunale venne costruito nel 1908 al posto del monastero
delle benedettine e si caratterizza per due eleganti
loggiati laterali e risente nelle decorazioni del
nascente stile Liberty; la chiesa, del principio del
Settecento, alta su una bella scalinata, custodisce
nella navata sinistra un dipinto di Vito D'Anna,
raffigurante S. Margherita (18° sec.), una delle opere
più preziose del patrimonio artistico cittadino.
Sulla destra del palazzo comunale si imbocca ora la via
Carlo Alberto e, sulla destra, la via Machiavelli. Su
quest'ultima prospetta (al civico 19) l'edificio in cui
l'antropologo palazzolese Antonino Uccello sistemò la
sua vastissima raccolta di reperti relativi alla vita e
al lavoro dei contadini iblei sede etno-antropologica
tra le più importanti del mondo. Uno "scrigno di
memorie", un luogo in cui tutti gli oggetti, anche il
più umile, hanno una piccola storia da raccontare. Al
piano terra sono stati ricostruiti alcuni tipici
ambienti, dalla "casa ri stari" al frantoio, arredati di
tutto punto e con tutte le suppellettili. Nel museo sono
ospitate anche straordinarie collezioni tra le quali
quelle di presepi, ex-voto e pupi siciliani.
La via Machiavelli prosegue tortuosamente e mutando più
volte il nome fino al quartiere medievale di Palazzolo e
alla piazza A. Moro, dove, vicine, si trovano la
massiccia chiesa madre e la barocca San Paolo.
Tristemente puntellata per rimediare seppur
precariamente ai danni causati dall'ultimo terremoto
che, nel 1990, ha afflitto molti comuni del siracusano,
la settecentesca chiesa madre, originariamente dedicata
al culto di San Nicolò, sembra un gigante dormiente,
sdraiato a occupare tutto un lato della piazza.
Pazientemente, attende opere di consolidamento e
restauro che la potranno restituire al culto dei fedeli
e all'ammirazione dei visitatori. Le opere d'arte
custodite nelle sue tre navate sono state spostate
altrove in attesa dell'intervento.
San Paolo venne edificata originariamente nel XVIII
secolo sulla preesistente struttura di un tempio
dedicato a Santa Sofia. Dopo il 1693, la ricostruzione
le diede eleganti forme barocche, il cui culmine è la
splendida facciata a torre, attribuita a Vincenzo
Sinatra, movimentata da statue di santi, colonne dai
ricchi capitelli, riccioli e aperture.
All'interno della chiesa, la più importante di Palazzolo,
dal punto di vista cultuale, sono custoditi un bel
quadro di Pietro Novelli raffigurante il martirio di S.
Ippolito e un pregiato altare ligneo, capolavoro
d'ebanisteria del 17° – 18° secolo (entrambe le opere
d'arte sono sistemate nell'absidiola destra). In
sacrestia si fa ammirare lo splendido mobilio ligneo
realizzato nel '700 da famosi ebanisti-incisori
siciliani come Giovanni Torrisi di Catania e Gaetano
Rametta di Siracusa. Inoltre, i due fercoli utilizzati
per la festa in onore del patrono San Paolo che nel 1680
spodestò in questo ruolo la Madonna Odigitria per volere
del popolo palazzolese o perlomeno di una parte di esso
poiché, in effetti, il cambiamento diede origine a una
accesa rivalità fra le opposte fazioni di fedeli, una
rivalità che ancora oggi, seppure più per abitudine e in
maniera simbolica, è alimentata e palpabile nelle due
feste in onore di San Sebastiano, il santo nella cui
chiesa era custodito il simulacro della Vergine, e di
San Paolo. Giuseppe Fava, noto giornalista e scrittore
nato e vissuto per molti anni a Palazzolo, ricorda in
alcuni suoi scritti questa rivalità "religiosa" che,
negli anni, si era estesa a comprendere un po' tutti gli
aspetti sociali, quasi che nel paese fossero presenti
"due anime", aggregate intorno alle due chiese.
La festa patronale, che si svolge alla fine di giugno,
con gigantesco concorso di popolo, ha inizio già il
giorno 27 con un concerto di musica leggera nella villa
comunale. Il 28 si svolgono una processione di bande
musicali e la svelata, ossia l'"apparizione" della
cinquecentesca statua del santo tra le colonne
dell'altare maggiore della chiesa, accolta dagli
entusiastici devoti con urla e richiami.
Il culmine dei festeggiamenti, giorno 29, è l'uscita del
fercolo con la statua del santo dalla chiesa (la sciuta).
All'apparire della vara sulla scalinata vengono sparate
in aria, con appositi cannoncini, migliaia di 'nzareddi,
(striscioline di carta sulle quali è osannato il santo)
che piovono sul fercolo e sulla folla in un turbinio
multicolore accompagnato dall'assordante frastuono dei
petardi.
Al santo vengono offerti in segno di devozione i
caratteristici cudduri (pani di forma circolare che si
rifanno alla simbologia del serpente, cui San Paolo è
legato per le sue qualità taumaturgiche) e vengono
presentati i bambini ignudi. Quest'ultima "offerta" è
fatta per attirare sui piccoli la benedizione del santo
o per sciogliere un voto. Anche seguire la processione a
piedi scalzi (usanza solo femminile), serve allo stesso
scopo.
Di tutt'altro genere, ma ugualmente molto sentita da
tutti i palazzolesi, è la festa del carnevale, l'unica
manifestazione del genere in provincia di Siracusa. La
partecipazione, al gran completo, della cittadinanza è
forse la sua caratteristica principale: tutti scendono
in strada mascherati di tutto punto o anche solo col
viso dipinto o con un naso finto per dare il proprio
contributo alla baldoria comune. Della festa, che
richiama a Palazzolo una moltitudine di persone, fanno
parte la parata dei carri allegorici seguiti da numerosi
gruppi figurati e la degustazione di pane e salsiccia
piccante, nonché di dolci.
Dal sagrato di San Paolo la strada in lieve discesa
conduce a piazza Umberto I sulla quale prospetta il
settecentesco palazzo Zocco. I balconi sono sorretti da
interessanti mensole scolpite, una diversa dall'altra,
che si vogliono originarie del diruto castello baronale.
La successiva tappa del nostro itinerario è la chiesa
dell'Annunziata, fra le più antiche di Palazzolo,
ricostruita nel XVIII secolo, su un originario impianto
anteriore di circa 500 anni. Da qui proviene una
celeberrima tela di Antonello da Messina,
"L'Annunciazione", oggi al Museo Bellomo di Siracusa. La
chiesa si fa ammirare per le quattro splendide colonne
tortili che incorniciano il portale d'ingresso in un
tripudio di tralci di frutta (opera del mastro locale
Matteo Tranisi) e per l'altare maggiore a marmi mischi
del Seicento.
Tornati su piazza Umberto si imbocca infine la via
Garibaldi per un'ultima passeggiata e uno sguardo alla
teoria di bei palazzi settecenteschi ivi edificati: fra
questi val la pena di segnalare il palazzo Judica-Cafici,
che si orna di un lungo balcone sorretto da ben 27
mensole scolpite, il più lungo nel suo genere.
Per tutta quanta la visita, non mancate di farvi tentare
dalle invitanti vetrine delle pasticcerie palazzolesi. I
dolci – e soprattutto i biscotti – sono una specialità
che richiama estimatori da ogni parte della Sicilia; si
tratta per lo più di dolci ripieni, come le ossa re
muorti, i facciuna e i ciascuna, ripieni rispettivamente
di noci e miele, mandorle e fichi secchi ma vi sono
anche i giggiulenna, semi di sesamo e mandorle cotti con
zucchero e miele, e la cotognata, mele cotogne cotte con
zucchero e colate in apposite formelle di terracotta.
L'elenco sarebbe ancora lungo, ma non vi sono solo dolci
nella tipica gastronomia di Palazzolo. Con tecniche di
antica tradizione e genuine materie prime di produzione
locale si preparano ottimi formaggi, ricotta e
soprattutto carni e salsicce, fresche o essiccate,
dall'aroma forte e speziato di finocchio e peperoncino.
Vere prelibatezze da non perdere, offerte da tutti i
numerosi ristoranti palazzolesi.
Per completare la visita...
Per completare la visita di Palazzolo, vi sono ancora
altre interessanti tappe. Fra esse le due chiese di S.
Antonio, piccolo tempio settecentesco, a una sola navata
perchè incompiuta, al cui interno si custodiscono
pregevoli opere d'arte, fra cui alcune statue lignee del
1852; S. Michele, già edificata fra il '400 e il '500 e
ricostruita dopo il 1693, interessante per le belle
decorazioni barocche sulla facciata e all'interno nonché
per il pregevole campanile poligonale. Vi si ammirano
alcune tele di pregio come il seicentesco quadro di S.
Michele sull'altare maggiore.
Il cimitero monumentale fu costruito alla fine
dell'Ottocento e fino al 1940 si arricchì di mausolei e
cappelle. Questi monumenti, affidati a ignoti
scalpellini iblei ma anche ad artisti famosi, sono
spesso di grande valore e si rifanno a stili diversi,
conferendo al cimitero un aspetto vario e per nulla
macabro. Una passeggiata fra i vialetti ombrosi disvela
anche agli occhi meno esperti un ricco campionario di
opere d'arte, a sfida della morte e gloria della vita
eterna. Infine la bella Villa Comunale, sistemata alla
fine dell'Ottocento, un vero giardino botanico, grazie
alla ricchezza e varietà di piante che la compongono.
Informazioni utili
Come arrivare: Dalla SS 115, la statale litoranea
che collega Catania a Siracusa e ai centri del ragusano,
si diparte, all'altezza di Siracusa, la provinciale 124
"Maremonti"; si raggiunge Palazzolo dopo circa 40 km.
Informazioni turistiche: c/o Municipio, piazza
del popolo, 1 – tel. 0931/88180 – 882144 – 882000
Casa-museo Antonino Uccello: Via Machiavelli, 19
– tel. 0931/881499; apertura tutti i giorni dalle 9,00
alle 13,00
Zona archeologica di Akrai: apertura tutti i
giorni dalle 9,00 alle 13,00 e dalle 15,00 alle 17,00

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